Diario di un'italiana d'Africa

Coppie miste. Immigrazione. Islam…effetti collaterali!

L’amore nero non è per tutte.

Le donne. Anime sensibili eppure indistruttibili. Fragili e tenaci. Quel mondo che si portano dentro è parallelo e violentemente più ricco di quello reale che gira intorno. Così sciocche a volte. Tanto superficiali e opportuniste molte altre. Quelle donne che scelgono di avere un partner africano sono una categoria ben distinta dalle altre. Ho visto donne innamorarsi di africani malintenzionati e stupidi, ho visto donne cercare la realizzazione personale scegliendo un amore difficile e controcorrente, ho visto donne italiane africanizzarsi restando tristemente e inconsapevolmente troppo italiane, ho visto veli musulmani indossati senza convinzione e cognizione, ho visto la soddisfazione nell’affermare di aver cambiato religione senza aver mai conosciuto la propria. Ho visto donne piangere. Ho visto amori senza amore. Ho visto il dolore, la delusione, le accuse verso qualcuno che non ha saputo dare un amore e una vita che l’altro non ha saputo chiedere. La confusione tra passione e amore, fedeltà e libertà. Ho sentito l’amaro quando la fine di una storia è stata riassunta come incompatibilità culturale e religiosa. Ho visto donne avere come unico interesse gli interessi dell’altro. Ho visto donne vuote riempirsi della cultura del compagno. Ho ascoltato l’amore per una terra difficile come l’Africa, un amore incondizionato perciò inutile, sterile e destinato a morire. La passione di un attimo non è sinonimo di amore e dedizione. C’è una grande differenza tra quelle donne che amano l’Africa e gli africani per sfidare il mondo e quelle che li amano inconsapevoli di doverlo sfidare quel mondo. Può sembrare brutale ma sento di poter affermare che non tutte le donne possono permettersi di innamorarsi di un africano, davvero. Fino in fondo. Fino a quello strato profondo dell’anima dove non si riesce più a distinguere il colore della pelle. Altrettanto vale per un uomo africano, pochi sono in grado di avere un rapporto duraturo con una donna bianca, anzi italiana. Siamo molto diversi, le priorità delle nostre vite agli opposti, la pazienza pressoché nulla. La donna italiana ha raggiunto la sua massima emancipazione convincendosi di essere libera nel momento in cui le è permesso fare tutto ciò che l’uomo fa, si sente forte quando dice tra i denti che è libera. Purtroppo ogni volta che abbiamo bisogno di affermare una condizione è perché non possiamo riscontrarne l’esistenza reale. Non ci piace scendere a compromessi, non ci piace la donna geisha ma cerchiamo il principe azzurro, entrambi prototipi del maschilismo che tanto diciamo di odiare. Non credo alle storie senza interrogativi, senza dubbi, alla felicità del momento. Non mi piacciono quelle donne che piangono per la fine di quelle storie palesemente fondate sul niente, mi fanno solo rabbia. La cattiva gestione dei loro sentimenti le autorizza persino a scagliarsi verso l’Africa e le sue tradizioni, verso l’Islam e la sua presunta arretratezza. Certe donne non hanno capito che se un uomo è stupido e inaffidabile lo è a prescindere dal suo colore, molte donne non riescono a capire quando c’è una possibilità di incontro e quando la strada è sbarrata salvo poi insultare, accusare e rivoltarsi contro quegli uomini che ha voluto sperimentare ad ogni costo. Certe donne sono destinate al caos sentimentale. Non si conoscono e non hanno nessuna idea di come si possa conoscere qualcun altro. E’ un’emozione, la loro, che sale e si consuma lasciando dietro solo amarezze. Desistere al momento giusto denota grande intelligenza. Dimostriamo di averne a sufficienza.

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Anche i negri bevono caffè.

L’Italia non è un paese per stranieri. In effetti neanche per vecchi. A pensarci bene neanche i giovani ci stanno molto bene. In realtà si ribellano anche insegnanti, operai e studenti.

Non posso e non ritengo opportuno addentrarmi nel merito delle scelte politiche quanto a welfare e flussi migratori. Una cosa è certa: nessun rappresentante politico oggi è in grado di proporsi come guida riconosciuta e affidabile, tanto meno come esempio di rigore, legalità e buon senso. Se ci fosse un segnale dall’alto forse non saremmo tutti costretti ad abbandonarci a idee inconcludenti e istinti primordiali privi di quella razionalità minima che dovrebbe renderci migliori delle bestie. Se non fossimo in balia di una cultura vecchia e fallimentare radicata al qui ed ora, senza prospettive di tempo e spazio, se solo fossimo meno guardinghi e più recettivi. Se solo fossimo diversi. Sarebbe così facile essere migliori.

Se fossimo abituati a non considerarci la regola, la normalità. Noi bianchi. Noi italiani. Noi cattolici. Noi democratici. Se non siamo noi è solo altro. Diverso da noi, diverso e basta. Un popolo insoddisfatto o si ribella o finirà solo per cercare un capro espiatorio. Purtroppo gli italiani sembrano eccessivamente pigri per alzarsi, ribellarsi, ragionare. Tanti discorsi, certo. Nient’altro.

In effetti siamo brava gente, non ci piace fare del male a nessuno. Solo a quelli che lo meritano. E qui tutto diventa relativo. Questi stranieri che continuano ad arrivare nel nostro paese…noi non siamo razzisti però…effettivamente cosa vogliono? Chi sono? Dove pensano di andare a lavorare? Chi non sa dare la risposta giusta a queste domande non ha neanche il diritto di porsi certi interrogativi, non ha coscienza del mondo in cui vive, non ha compreso il sistema perverso che ci sta ingoiando inermi. Tralasciando le politiche migratorie vergognosamente fallimentari di questi anni, tralasciando la questione ridicola del velo che non è burqa, dei musulmani che non sono talebani, degli africani che sono neri e non negri…io mi chiedo solo: perché abbiamo bisogno sempre di incasellare eventi e soprattutto persone nei luoghi sicuri delle nostre menti? Non ci accorgiamo che sbagliamo sempre posto? Non riusciamo più a trovare niente e niente è dove lo avevamo lasciato. In effetti mi sto illudendo se con poche parole spero di migliorare l’ordine mentale degli abitanti di una città come Tivoli, per esempio. Una città in cui essere nero non è facile. Una città in cui la semplicità dei valori ci fa ritenere che non ne esistano altri se non i nostri. Una città in cui un uomo di colore a passeggio con i figli piccoli si avvicina all’entrata di un negozio per seguire i primi passi incerti del suo piccolo e dall’interno gli viene gridato: “Non ho niente! Non ho moneta!”. Cosa altro potrebbe fare in un negozio un uomo di colore? E perché questo stesso uomo se la prende tanto se camminando in piazza una voce si alza all’interno di una scolaresca di dodicenni in gita: “ Negro! Negro?”. Perché quando vuole regalare il suo ticket del parcheggio non ancora scaduto ad una giovane donna questa si rivolge in malo modo convinta di essere alle prese con il solito poveraccio che chiede elemosina? Perché entrando in un ufficio del comune dopo aver seguito le indicazioni di un impiegato si trova faccia a faccia con un secondo impiegato che imprecando ad alta voce lo insulta intimandogli di uscire immediatamente? Loro stanno parlando, come si è permesso di entrare? Perché non riesce a sottrarsi agli sguardi indagatori? Perché cercando casa non può aspirare ad una sistemazione dignitosa ma viene platealmente privato della scelta libera riservata a tutti gli altri? Tanto questi stranieri vivono in dieci in una stanza, rovinano l’arredamento e l’estetica dei condomini. Neanche il rito più banale e diffuso in Italia riesce a passare inosservato a Tivoli se il protagonista è un uomo di colore. Sorseggiando il suo caffè, al bar, da solo, qualcuno si sente autorizzato a fare la sua battutina all’italiana:” Adesso anche i negri bevono caffè?!?”. Perché siamo così disinibiti verso gli stranieri e tanto spudoratamente riverenti verso italiani che non meriterebbero neanche di essere chiamati tali? E’ la nostra debolezza, la nostra vergogna, l’incapacità di dare alle cose e alle persone il giusto valore. Quel brutto morbo detto pigrizia mentale, quello che non ci permette di rimetterci in discussione e rivalutarci in funzione e in rapporto agli altri.

So che qualcuno penserà che sia superfluo e inopportuno preoccuparsi di certe questioni in un momento così difficile per gli italiani. Già. Ma quest’uomo è italiano. Se anche non lo fosse poco cambierebbe. Non bisogna legiferare limitandosi all’idea del mondo che custodiamo nella mente e nei ricordi ma semplicemente guardandoci intorno. Il mondo è cambiato, anche l’Italia. Prima o poi toccherà anche a noi farlo. Basterebbe confrontarci con le nostre paure, informarci di più, considerare scontate meno cose. Convincerci che fuori di qui anche noi siamo “altro”. Non ci piacerebbe essere ospitati da noi stessi.

Specchi

Lavoro con i bambini, con tutta la meraviglia e il tormento che questo comporta. Gestire una classe di venticinque bambini nel 2012 non è facile. Non riesco a rassegnarmi. Non riesco, dopo molti anni di lavoro come educatrice, ad accettare ciò che significa avere sei, sette o otto anni oggi. Chi sono questi bambini? Cosa sognano? Di cosa hanno paura? Purtroppo o per fortuna sono ancora legata ad un certo ideale di scuola e di educazione. In molti mi dicono che è tutto superato. Quel rispetto, quella sorta di pudore o paura verso gli insegnanti, superato. Questo garantismo latente e ipocrita che ci segue ovunque è solo l’alibi per non affrontare certe responsabilità ormai troppo impegnative per chi non è più abituato a soffrire. Già molti sono i miei dubbi  su queste generazioni ma le mie difese e le mie speranze si spezzano, si disintegrano miseramente quando dalle bocche di queste anime innocenti e ignare prendono forma i pregiudizi e la triste ignoranza dei loro genitori. Due bambini di otto anni si insultano a vicenda dicendosi: “ Negro! Ebreo! Musulmano che non sei altro!” Alla mia domanda su chi fossero gli ebrei mi viene risposto:” Quelli con il cappellino dietro la testa!”.  Non hanno idea di chi siano, di cosa facciano, di ciò in cui credono. Cosa hanno fatto questi ebrei? Cosa i negri? Cosa i musulmani? Se, nella loro sana e ingenua ignoranza, hanno percepito un’appartenenza religiosa o una razza come il peggiore insulto da poter fare a qualcuno, dobbiamo seriamente interrogarci su cosa la nostra società stia offrendo ai nostri ragazzi, su cosa diciamo nelle nostre case, a quali paure li stiamo abituando. In alcuni casi è molto difficile ritrovare l’entusiasmo e la speranza di dare qualcosa di diverso, è complicato insegnare qualcosa che risulta tanto lontano da ciò che per loro è la quotidianità, è casa. La mia preoccupazione non è forte solo in riferimento ai miei figli in quanto oggetti  passivi di tali pregiudizi ma altrettanto nella dimensione di soggetti attivi. Se li abituiamo a rapportarsi in un certo modo verso gli altri chiunque sarà suscettibile di razzismo, di insulti e pregiudizi. Gli obesi, i diversamente abili, i bassi, i gay, i neri, i cinesi, gli ebrei, i musulmani e tutti coloro che non rientrano nelle nostre categorie preferite. Siamo tanti, siamo diversi, non possiamo continuare a sperare di liberarci con qualche decreto di coloro che più ci disturbano, che fanno più fatica ad entrare nel grande cerchio del nostro “noi”. Continuo a credere che sia estremamente semplice ma, come spesso ci ostiniamo a fare, scegliamo il percorso più complesso per  arrivare alla soluzione giusta.  Attenzione ai nostri specchi, potremmo non avere più voglia di incrociarli.

Un altro straniero è possibile

Che sdegno. Che vergogna per tutti quegli italiani che razzisti non sono. Quanta commozione dopo la notizia dell’uccisione dei due senegalesi a Firenze. Facebook era tutto un commemorare,  un ‘indignazione continua verso i razzisti, i fascisti e chiunque altro non manifestasse il suo amore incondizionato verso tutti i neri del mondo. Manifestazioni di solidarietà verso il popolo senegalese, politici riversati in piazza, destra e sinistra tutti d’accordo. Quanto ridicoli siamo stati, quanto facilmente ci facciamo trascinare dall’emozione. La solita brava gente italiana. Oggi non se ne parla più ed è giusto, si va avanti, si dimentica e non potrebbe essere altrimenti, non c’è tempo e non c’è spazio nella nostra memoria per ricordare tutte le ingiustizie che accadono  incessantemente ogni giorno, in ogni luogo del mondo. La notizia va data e va dato anche il tempo a noi fruitori di riflettere, senza essere bombardati, influenzati e spinti da immagini e lacrime a seguire un sentiero ovvio solo in quel momento.  La colpa è solo di chi ha premuto il grilletto? Ovvio che no. È anche mia. E di tutti voi. Perché abbiamo accettato il razzismo, la xenofobia e l’insofferenza verso i neri come un mero diritto a pensarla diversamente, come se fosse la scelta ragionata di associarsi ad un gruppo politico. Gira su facebook: “Il razzismo non è un’opinione, è un delitto”. A quanto pare abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi. Non siamo liberi di scegliere chi odiare, non abbiamo il diritto di discriminare. È questa l’unica dittatura possibile, l’obbligo per tutti di ignorare colore e provenienza dei nostri vicini. Lo dico anche e soprattutto a chi si ostina ad amare l’Africa, gli africani e gli stranieri come se fossero tutti martiri e santi del paradiso. Voglio essere libera di odiare e amare i neri, i bianchi e tutto il resto dei colori allo stesso modo. Ciò che di più mi ha fatto riflettere e contrariare è stato vedere, in quei giorni della tragedia di Firenze, tante e anche troppe trasmissioni televisive che trattavano il caso del momento:  tutte avevano un ospite senegalese, sociologi e mediatori  senegalesi, studiosi e persone comuni e tutti parlavano un perfetto italiano, vestivano bene ed esprimevano concetti originali e condivisibili. Allora esistono? Allora anche gli africani studiano? Anche loro sanno coniugare i verbi italiani? Anche loro hanno una vita quotidiana dividendosi tra famiglia e lavoro? Ignoravo la loro esistenza. Io, cittadina italiana che guarda canali televisivi italiani e legge quotidiani italiani credevo che intorno a me ci fossero solo “vu cumprà”  vestiti male, neri provenienti da villaggi sperduti dell’Africa,  gente ignorante e senza alcuna idea della partecipazione civile. Fino a quel momento ho visto solo loro, gente povera che ha bisogno di noi, dei nostri soldi, dei nostri lavori. In questa prospettiva a molti squilibrati può venire voglia di fare un po’ di pulizia, anche io stessa forse mi sentirei un po’ oppressa e invasa se non continuassi ogni giorno a farmi altre domande, a cercare oltre lo schermo, oltre le solite immagini di circostanza. Perché  sono comparsi tutti gli altri dopo la morte dei due connazionali? Perché un sociologo senegalese non può esprimere il suo parere anche quando nessuno è stato ucciso? Perché uno straniero che vive in Italia e ha tutte le conoscenze e le capacità per esprimersi al meglio non può contribuire al dialogo sulla nostra società?  Mai come in questo momento abbiamo bisogno di altri punti di vista, nessuno può vederci meglio di chi non è “noi”. Tutto il marcio del nostro paese colpisce gli occhi di chi non vi è nato dentro, altrettanto lo splendore dell’Italia può essere valorizzato da chi non ha avuto il privilegio di goderne dalla nascita. Dare voce a qualcuno solo quando ne abbiamo bisogno per soddisfare la nostra commozione, per dire a noi stessi che siamo diversi dal mostro e poi riversarli nell’oblio è altrettanto ingiusto, razzista e degradante di un insulto gridato in faccia. Siamo ipocriti e viziati. Ci piace guardare nel dolore degli altri, succhiarne l’emozione che ci serve. Godiamo del momento, ci voltiamo e riprendiamo la nostra strada.

Onorevoli

Un tempo ricoprire una carica politica, essere un parlamentare o un ministro era soprattutto sinonimo di integrità morale, dignità, serietà e forte senso del dovere. Non si auspicava neanche un ritorno economico tanto era il valore della carica, tanto l’onore che ne seguiva, tanto l’orgoglio di chi riusciva a dare voce ai propri connazionali. Oggi. Quanti di coloro che siedono in parlamento possono davvero dirsi autentici nostri rappresentanti? Quanti si fanno onore mostrandoci qualità che pochi di noi credono di avere? Pregiudicati. Truffatori . Puttanieri. Tossicomani. Ladri . Diffamatori. Semianalfabeti. Botulinodipendenti. Veline. Prostitute. Il rispetto per se stessi e per il proprio popolo è ormai lontano, desueto, banale e quasi ridicolizzato. Il potere piace a tutti e purtroppo oggi può essere di chiunque. Lo studio, l’impegno, il rigore, la cultura, il sacrificio. Banalità oggi. Non servono più. I canali di accesso sono altri. Il messaggio è: “ Non vi affannate a migliorarvi, a studiare, ad approfondire. Non serve. Ci bastano tette, culi e cosce. Qualche buona conoscenza e il disprezzo per se stessi e gli altri.” Ora siete pronti per essere dei politici di successo. Siamo allo sbando, non una guida, non un esempio forte e dignitoso. Non la voglia di esserci, di contribuire alla costruzione della nostra storia. Avere e apparire. La politica non ci da più niente, noi non chiediamo più. Ci daranno sempre meno. La passione e il sano scontro politico sono il passato. Le leggi non sono più per noi,  le leggi non sono più tali. Sono arbitrari esercizi del potere, pubblicità, inganno, il vuoto. Non ci ribelliamo, siamo pigri, assuefatti. “ Colpa dell’euro, i politici sono tutti uguali, la scuola non funziona, le fabbriche chiudono, gli ospedali ci uccidono, l’inquinamento ci avvelena da piccoli, la burocrazia è una trappola, le tasse sono piaghe destinate solo a chi ne ha già altre”. BANALITA’. Sentiamo e diciamo solo banalità. Non un’idea. Non un’iniziativa intelligente, innovativa. Dove sono i luminari di un tempo? Dove il genio ribelle? Dove i rivoluzionari? Dove il popolo che chiede giustizia? Dove il dissenso? Dove l’iniziativa popolare? Dove i giovani consapevoli? Dove il loro futuro?

 

 

La mia finestra

L’aria dolce della sera, voci lontane, risate vellutate, la luce soffusa di un salotto. La finestra aperta. Guardo dentro. Qualcuno si muove . La tv, un bimbo corre attraversando camere e porte, ride. Un altro bimbo ride guardando il suo fratellino.  Una mamma e un papà si guardano scambiandosi nello sguardo l’emozione di vedere i loro figli sereni, indissolubilmente legati dal loro unico sangue.  È il momento di lavare i denti, pigiama e poi a letto a leggere una storia che hanno già letto e ascoltato almeno cento volte, non importa. L’ascoltatore di quattro anni si emoziona sempre allo stesso modo. Poi chiude gli occhi, cerca di riaprirli, di resistere al sonno. Inutile. Un bacio sulla guanciotta tenera. È pronto il biberon. C’è n’è un altro che imperterrito continua a chiedere di giocare col papà più paziente e tenero del mondo. Ben presto anche il secondo sarà a letto. La tv continua a proiettare immagini, suoni impercettibili. Un cane abbaia. Sporadici passaggi di auto in una strada di campagna. È il momento della mamma e del papà. Il momento che dà un senso alla loro giornata frenetica. L’uomo prepara  il loro drink. Fuori l’aria ti si posa addosso come una coperta rassicurante, ti avvolge e ti riempie di quella solitudine che ti fa sentire al centro del mondo. Soli. Mentre intorno tutto cambia. Mentre altrove tutto accade senza pietà. Mentre le domande ti esplodono dentro in violente raffiche, mentre i dubbi e le incertezze della vita ti sollevano per poi spingerti nel baratro senza ritorno. Intanto le stelle dell’autunno splendono vivide. Una sigaretta. Il fumo che scompare, lentamente scorre via.  Uno sguardo tenero, una risata, i problemi. Troppo tardi per pensarci, troppo stanchi per farsi sovrastare ancora. È il loro momento. Quello di una famiglia che combatte giorno dopo giorno per tenersi in vita in una società sprezzante, ingiusta, spietata con i deboli, spregiudicata e arrendevole con i forti, la nostra. È il momento semplice e autentico di persone che si amano e che si sono scelte, consapevolmente. È il momento degli amanti che si cercano, è la fine di una giornata che non tutti possono avere, che molti non vogliono più, certo. È la famiglia. È la pazienza, la tenerezza, il coraggio, la consapevolezza, la tenacia, l’ostinazione, l’amore.

La luce ancora accesa. Qualcuno chiude la chiavetta del gas. Un bacio ai bimbi che dormono. La finestra si chiude. La luce scompare. Mi allontano dalla finestra. Vi vedo ancora dentro di me. Ora che siamo lontani. Sempre noi. E nessuno può più vedere i colori, a nessuno importerà più da quale mondo veniamo. A nessuno basterà più ciò che ha se vedrà ciò che noi abbiamo trovato.

Macchie

Le sane aspirazioni, l’istinto naturale che ci fa scegliere la nostra casa, l’entusiasmo della libertà di provare altro, altrove. Smorzato. Polverizzato in un attimo. A noi non è concesso. A noi non è permesso sognare ingenuamente. Sperare in un domani diverso, costruito da noi attraverso le nostre scelte, forse azzardate, forse solo coraggiose. Siamo stranieri. Siamo neri. Non possiamo mimetizzarci. Ci guardano, ci scrutano, aspettano un passo falso. Quanto è triste questa italietta, quanto è vecchio questo bel paese. Quanto è spietato.

Cercavo casa a Sondrio, era il 2004, sposata da tre mesi. Un futuro davanti, una scelta complicata, tanti sogni. In alcune agenzie non ci fecero neanche accomodare. “Non abbiamo niente”. Non case, non appartamenti, non box, non locali commerciali. Niente. Non sapevano cosa cercavamo ma non c’era niente. Per noi. Quanti sguardi. Quanto disprezzo. Quante ingiustizie. La rabbia che sale dentro, la cattiveria che finisce per indurire anche i nostri cuori. La sete di vendetta che, a volte, all’improvviso ci fa perdere la ragione. L’impotenza. La frustrazione quando andò al bar sotto casa a comprare brioches di buon mattino e si sentì rispondere che non poteva averle perchè erano per i clienti che sarebbero arrivati più tardi a fare colazione. Io chi sono? Chi sono io? Chi? Neanche i miei soldi hanno lo stesso valore dei vostri? Perchè c’è gente che crede lecito un tale comportamento? Perchè questo muro di ignoranza e cattiveria è così alto, insormontabile, indistruttibile? Perchè.

E perchè dopo sette anni tutto si ripete identico? La storia ritorna, non si annoia di se stessa. Implacabile. Qui. A Tivoli, a pochi km da Roma. Allora non è il nord, non è la lega. Siamo noi. Siete voi. Stupida, piccola gente. Se vado da sola a cercare casa mi vengono proposte alternative diverse, quando vado con mio marito le possibilità si riducono drasticamente. Gli appuntamenti vengono annullati. Le trattative in corso improvvisamente interrotte. Nessuna spiegazione. “ Questa casa non si può vedere”.  Ma perché?  “ Questa casa non ve la consiglio, la proprietaria ha un brutto carattere”. Mai visto agenti immobiliari che scoraggiano i clienti. Non comprate casa, non affittate, non siamo qui per lavorare. Pazzi.

Chiamo un bed & breakfast. Ci sono camere per stasera? “ Certo, venga a trovarci”. Ci va mio marito mentre io sono a lavoro. Le camere sono improvvisamente state occupate tutte. Richiamo. “ Certo ci sono”. Vado di persona. “Salve, si accomodi”. Spiego l’accaduto. “Oh signora, sono desolato. È stato solo uno spiacevole equivoco. Al citofono abbiamo sentito l’accento straniero e abbiamo creduto che fosse uno dei soliti rumeni ubriachi”. Tralasciando le riflessioni sui rumeni ubriachi. Non posso scendere a questi livelli per avere una camera. Non è ammissibile. Ho cambiato città sperando di portare i miei figli in un ambiente più sano, aperto, accogliente. Ho sbagliato di nuovo. Ho preso l’ennesimo foglio bianco per disegnare il nostro futuro. Bianco. Con quell’odore di nuovo. Candido e liscio. Mi concentro. Proprio quando credo di aver trovato la matita giusta, il colore migliore…arriva qualcuno a macchiarlo. Il solito malefico, perverso fato. Guardo quelle macchie. Provo a continuare. Poi accortoccio tutto e butto via. Un altro foglio. Il mio disegno di sicuro ci sarà. Pieno di macchie. Indelebili. Un bel disegno resta tale comunque ma quelle ombre lo renderanno per sempre imperfetto. Non sarà mai il mio capolavoro. E non per colpa mia. È questo l’orrore. Nonostante la pazienza, la perseveranza, la tenacia, nonostante  tutto nessuno di noi è completamente padrone del suo futuro, né del suo presente. Ho seguito la rabbia, l’istinto. Ebbene. In Italia non c’è luogo in cui io e la mia famiglia possiamo muoverci senza sentire uno strano peso addosso, un’ombra lunga che ci segue ovunque, un segreto inconfessabile che a volte pesa come una malattia. Assurdo. Riprovevole. Criminale. Nuove amicizie, nuovo lavoro. Chissà quanto influirà il mio segreto quando verrà svelato. Chissà quante battute mi verranno risparmiate ma gridate alle spalle, chissà quante incertezze nel giudicarmi, e giudicarci. Quanta la distanza che ci separerà da una vita normale ed equilibrata nella sua quotidianità?

Jole, tu sapevi che avresti avuto problemi sposando un nero. Me lo ripetono. Me lo ripropongono come se prepararsi al peggio possa risparmiarci il dolore. Come se sapere ciò che accade ci aiuti ad accettarlo passivamente. A giustificarlo. A legittimarlo. No! Non ancora. Non sono pronta a perdonare, a comprendere, a immedesimarmi nei timori altrui, nelle loro paure. Oggi da me solo rabbia e indignazione. Non sarò io la vittima, timorosa e rispettosa. Il mio avvertimento. Prima di ogni passo badate a dove state per lasciare la vostra orma. Da domani sarò feroce come una belva in cattività. Attaccherò senza guardare, veloce e impietosa, chiunque si avvicinerà senza permesso alla mia tana. Se è davvero questo l’unico modo in questo stupido, inconsapevole mondo per ottenere rispetto…allora io sarò spietata.                                                                                                                                                                                                                Lo devo ai miei figli.

La goccia negra

“ Gli italiani non sono bianchi”.  In una scala di colori e tonalità che vanno dal nero africano al bianco purissimo della razza ariana gli italiani si collocano nel mezzo.  Non è una mia teoria inventata per sentirmi più africana, è la convinzione di numerosi  studiosi di inizio novecento come Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini e Cesare Lombroso.  Gli americani la chiamavano “goccia negra”. Quel piccolo e temibilissimo legame con popolazioni africane che si temeva ci avessero colonizzato in tempi antichissimi. Non era la follia di pochi sostenitori, era la nostra reputazione. Era ciò che di noi vedevano quando eravamo noi gli immigrati, quando eravamo noi gli indesiderati, quando eravamo noi ad arrivare, sudici e maleodoranti , in paesi che tentavano di tutto per rispedirci a casa. Dunque non solo accoltellatori, sporchi, ignoranti, sprezzanti delle regole dei paesi ospiti. Anche negri. Noi? Ma siamo i discendenti degli antichi Romani…il popolo che ha fatto la storia. Beh forse anche loro avevano quella magica goccia che li ha resi grandi. Nessuno sa con sicurezza se questa teoria ha effettivamente delle basi scientifiche certe e dimostrabili, ciò che è sicuro è che noi, gli italiani di alcuni decenni fa, neri o bianchi che siamo, abbiamo subito il disprezzo e le ingiustizie che oggi molti di noi riservano ai nuovi arrivati, ai viaggiatori disperati o ambiziosi che una volta eravamo noi. Nel 1922 un giovane ragazzo di colore, Jim Rollins veniva arrestato in Alabama con l’accusa di “miscegenation”, mescolanza di razze, aveva avuto rapporti con una donna bianca, all’epoca era un reato molto grave. Il giovane viene assolto semplicemente dimostrando che la donna non era bianca, era solo italiana. Paradosso. Se solo avessimo più voglia di conoscere il nostro passato, quello invidiabile e quello più vergognoso. Molte più cose verrebbero fatte con rispetto e buon senso. Se sapessimo davvero cosa siamo stati in America, in Australia, in Svizzera o in Brasile non avremmo tanta voglia di giudicare con superficialità e leggerezza ciò che accade oggi, chiunque riconosca un’ingiustizia subita non riuscirebbe a riproporla ad altri, o forse siamo bravi anche in questo. A dimenticare. A mettere muri di differenze e pregiudizi tra noi e gli altri. Noi. Loro. Chi ha stabilito i confini? Chi il merito e le colpe? Chi si prende la responsabilità di riprodurre all’infinito le ingiustizie della storia? Non cresceremo mai, a volte la razza umana sembra la più stupida. Ci rincorriamo per distruggerci, per insultarci, per umiliarci. Persi in milioni di circoli viziosi, non ricordiamo più il senso di certe azioni, ma si fanno. È così. Gli italiani danno sempre molto, nel bene e nel male, oggi non riesco a ricordare la cultura, la magia, l’arte che siamo stati. Vedo ovunque scempi, un paese abbandonato a se stesso. Disilluso. Annoiato. Sento qualcuno alla tv, non ascolto più. Vedo donne alla tv, mi vergogno per loro. Qualcuno sta gridando le solite frasi piene di demagogia, non abbocco più. C’è qualcuno che si sta occupando dei propri affari, nel mio paese, la mia Italia. L’Italia, un grande centro commerciale, quante vetrine, quanta avanguardia. Ci invidiano. Noi però siamo fuori, siamo i mendicanti all’uscita. Cerchiamo un senso, elemosiniamo giustizia sociale.

 

Contraddizioni africane

 

Oggi parlerò male dell’Africa. Solo chi, come me, la ama e la rispetta può criticarla.

L’Africa mi emoziona e mi fa infuriare. È una contraddizione vivente, polvere e luce, freddo e afa, ricchezza e povertà, fame e obesità. Non posso accettare passivamente che si ritrovi addosso le ingiustizie e le inquietudini dell’occidente senza prima godere dei vantaggi che ne derivano. Sta saltando delle tappe importanti. Ha a sua disposizione molti beni di consumo e di lusso che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente al mondo occidentale ma non ci è arrivata attraverso una sana e lenta evoluzione della società e delle abitudini. Io non capisco. E forse è solo un mio problema, ma vorrei arrivare ad una spiegazione accettabile, logica, razionale che tenti, in qualche modo, di giustificare il ritardo e tutto ciò che ne consegue. Io non posso accettare di essere circondata, nel cuore dell’Africa, da pubblicità ostinate e spudorate di quegli stessi marchi che in Occidente subiscono campagne di boicottaggio, campagne che tentano di tutelare i diritti anche di quegli stessi africani che bramano quei prodotti. L’Africa ha fame ma beve coca cola, ovunque. I bambini sono denutriti ma la Nestlè spadroneggia laggiù. Mentre si cerca di combattere l’obesità anche nei paesi in via di sviluppo, in certe zone africane nessuno concepisce un piatto di riso senza l’uso di un dado Maggi. L’ ultima volta che sono stata in Africa ho visto giovani, adulti e anziani muniti di ogni sorta di telefono cellulare di ultima generazione, il mio è stato oggetto di scherno poiché ho ritenuto sufficiente che avesse la funzione principale di telefonare. Le donne sono bellissime e curatissime ma anche facile preda di superstizioni e vittime dell’apparenza.  Non lo accetto. Non posso accettarlo se quelle stesse persone hanno difficoltà ad assicurare il piatto quotidiano a tutta la famiglia. Non accetto che si aspetti ancora, pazientemente e passivamente l’aiuto del familiare all’estero. Noi sappiamo bene cosa sono spesso costretti a subire certi immigrati in Europa e in Italia ma purtroppo in Africa loro sono i salvatori, ricchi e affermati. Bugie. La colpa è di molti immigrati che al loro ritorno in patria si ostinano a incentivare le convinzioni errate, ostentano una ricchezza inesistente. Tanto che al loro ritorno in Italia chiedono prestiti ad amici e conoscenti solo per la semplice sopravvivenza quotidiana. Lo so, non vogliamo saperle queste cose. Non è sempre così. Non è solo questo. Le tradizioni non vanno rinnegate e attaccate a priori. È chiaro che mi sto riferendo ad una certa parte della popolazione che riesce, almeno limitatamente, a gestire la propria esistenza. La vera fame, la vera povertà non ha scelta, non decide del proprio futuro. Ebbene. Chi fa la differenza se non coloro che hanno scelta?Chi ha in mano il destino dell’Africa? Come mai un continente eccezionalmente ricco non riesce a sfruttare le proprie risorse ai fini della propria sopravvivenza? Molte cose sono cambiate, molte si stanno evolvendo positivamente. La colonizzazione è superata. Sulla carta. Le contraddizioni restano, le ingiustizie resistono, la corruzione è ancora un elemento diffuso nelle maggiori istituzioni. Il continente sta crescendo. Lo sanno tutti. Per me non abbastanza. Non nel verso giusto. Non mi piace la spudoratezza con cui si imita il consumismo occidentale, l’assuefazione all’apparenza con l’affievolimento di quei valori che fanno grande e unica l’Africa. Non concepisco l’ostinazione di certi giovani che rincorrono l’emigrazione in Europa, assaporando la ricchezza (alquanto evanescente…) dei nostri paesi. Facile parlare per noi che siamo qui, certo. Gli italiani, tra l’altro, sono il popolo che ha avuto uno degli esodi più massicci della storia. Facile suggerire ai giovani africani di restare piuttosto che fuggire, almeno di tornare appena possibile. Non per alleggerire le società europee ma per sostenere i loro paesi, aiutarne la crescita attraverso le loro esperienze, sfruttare al massimo l’energia e le potenzialità di cui sono dotati per aiutare le società e la politica africana attraverso volti e obiettivi nuovi. La mia potrebbe sembrare una campagna leghista, non lo è. Sono la passione e la ragione che dentro di me si sono unite per sostenere che l’Africa non ha bisogno di imitarci, di rincorrerci, di consumare senza riflettere. Solo di crescere. Ribellarsi quando ce n’è bisogno, allontanarsi dalle false politiche di tanta parte dell’occidente, lo sforzo è sovrumano ma necessario. L’Africa ha avuto bisogno d’aiuto ma questo aiuto lo sta pagando troppo caro. Non può più chiamarsi tale, è solo una nuova, impercettibile forma di colonizzazione. Senza armi, senza catene. Solo neon luminosi. E slogan.

 

La nostra guerra santa

“Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni.” Il Corano che incita alla guerra santa? Un passo della Bibbia, Vecchio Testamento. Eppure l’invadenza dell’Islam ci sembra unica e insopportabile. Guerra santa. Jihad. Scontro di culture. Maschilismo sfrenato e ossessivo. Odio verso l’occidente. Arroganza e violenza. Donne condannate a subire impotenti le usanze, i costumi, le tradizioni, le regole religiose che le rendono schiave dei loro padroni. I maschi. Non c’è reciprocità, non c’è complicità, sguardi spenti, due passi indietro. Testa china e cuore sanguinante. Fecondate nel silenzio della loro solitudine, ogni volta che la natura lo permette. Emarginate per il loro stato impuro. Lapidazioni e acido. Cinque preghiere. Digiuno. Fanatici. Imam e terroristi. C’è differenza? Ci hanno raccontato tutto e finché questo abominio rimane tra loro ci limitiamo a disprezzarli e temerli. Siamo democratici, noi. La libertà è di tutti. Ognuno è libero di professare il proprio culto. Già. Chissà perché, però, il destino di alcune nazioni ci interessa più di quello di altre. Siamo pronti ad intervenire con “guerre di pace” per garantire la democrazia di un popolo che chiede aiuto. Certe voci ci arrivano forti e chiare ma altre…suoni sordi, impercettibili, indecifrabili per le nostre stanche orecchie. Ci convinciamo facilmente della nostra buona fede, della necessità assoluta dei nostri interventi. È talmente facile giustificarli con un nemico talmente spietato. Ebbene. Ho una rivelazione. L’Islam non c’entra. Tutto ciò che spesso si fa rientrare in questo nome è altro. Tradizione. Cultura. Ignoranza. Violenza ingiustificata. Interpretazione singolare e rigida dei testi sacri. Molti terroristi sono islamici, non tutti gli islamici sono terroristi. L’Italia non dovrebbe sorprendersi. Molti mafiosi e camorristi ostentano una fede e una pratica religiosa a tutti gli effetti invidiabile, tenace, forte. Non credo che si possa, per questo, ritenere che tutti i cattolici siano mafiosi. Tutte banalità. Eppure qualcosa non ci convince. Loro sono così diversi. Non posso fare finta che certe violenze non siano accadute, non accadano ogni giorno, in Italia e altrove. Semplicemente non possiamo tollerare che le si faccia rientrare nelle azioni suggerite dal credo religioso. È falso e ingiusto. E soprattutto non è l’Islam che abita in casa mia. Quello che ho scoperto, ammirato e rispettato. La questione è molto complessa e non priva di trappole e labirinti. Purtroppo le notizie che vengono diffuse in Italia riguardo all’argomento sono spesso riferite solo ad episodi tragici e vergognosi, colpiscono l’opinione pubblica abituandola lentamente ad identificare un popolo, una religione con i ricordi di episodi funesti. L’informazione ufficiale non ci aiuta, siamo indietro, limitati. Chiusi e impauriti. Un marito musulmano non rapirà i nostri figli portandoli in una nazione ostile e inospitale, è successo ma non è la regola. Un marito musulmano non ci costringerà ad indossare il velo. Non saremo segregate. Non saremo picchiate. Rinchiuse. Controllate a vista. Non ci impedirà di lavorare. Non saremo costrette a partorire un numero indefinito di figli. Non dovremo coprire caviglie, polsi, capelli. Quantomeno abbiamo le stesse probabilità che ciò accada con un marito non musulmano. Nessuna difesa. Nessuna giustificazione. Dobbiamo solo aprire gli occhi, analizzare, osservare. È così facile, veloce e comodo ascoltare e condividere quello che tutti sentono, vedono e condividono ma perché non proviamo a dare noi una notizia nuova, autentica, rivoluzionaria? Informazione e sana curiosità, rispetto. Lasciamo crescere la società intorno a noi, scontriamoci piuttosto che scrutarci da lontano. E ancora una volta…coltiviamo dubbi. Avremo certezze.

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